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[Ventimiglia]

Sarebbe il momento di raccontare delle cose – ma sto cercando le parole che mi sfuggono ancora. Poi non è che le immagini vengano tanto facilmente neanche.
Sarebbe l’ora di cominciare a vendere quei sogni – o regalarli, è quasi lo stesso. I sogni mai si vendono per soldi. Non penso però che sia un tradimento venderli. (Se ci riuscissi, almeno….) Ragione per abbandonarmi. E alla fine lui era il mio maestro. Anche l’amante, certo, ma più importantemente il maestro. Come se non ci fosse vita e mondo fuori del Labirinto e di suoi frammenti.

 

[Bordighiera]

[San Remo]

Cosa ne faccio d’un altro mago nella vita? (– se lo è veramente, non ne sono sicura)
Se almeno scoprissi come fa ad avere quella presenza impressionante. Per altro, come ben potrei sapere già, il mago è persona come me, come chiunque.
Però che ne faccio dunque d’un altro mago nella vita?

Comunque ho sopravissuto migliaia e migliaia di gocce – di pioggia, tutte riflettenti dello stesso nome. Devo però ammettere che se devo nominare uno dei due porti, a volte ancora mi sbaglio.

 

[Imperia – Porto Maurizio]

Maura, sognatrice.
Dovrei lasciare già questo mondo, di luci troppo contrastate, notti stellate e tempeste marine. Smettere di fare sempre questa salsa:

 

[Diano Marina]

acqua del mare, fiori d’oleandro, miele ed erbe amare. Agrodolce, velenosa.
Dovrei essere molto più pragmatica.
Ormai non sogno per piacere. Sogno da mestiere, e li vendo, i sogni; è un’autentica forma di prostituirsi.
Ormai non sono la bambina innamorata del maestro. Abbiamo fatto le nostre storie, il maestro ed io, e quando non potevo imparare più niente da lui, l’ho lasciato. Suona bene, vero?
In realtà rimane sempre il maestro però. Continua ad essere molto più forte di me, anche se mi spiace ammetterlo. Continua ad essere lui ad abbandonarmi ed io a seguirlo. Ma ogni tanto torna da me.

 

[Alassio]

Nel mentre mi diverto con questi altri, dèi, dee e demoni, mostri, streghe, maghi (e maghe), matti e vagabondi. Pochi mi prendono l’attenzione per più d’un momento: per la gran maggior parte sono troppo facili da sognare. Quei pochi invece mi prendono in giro lo stesso.

 

[Albenga]

Dovrei veramente essere molto più pragmatica.

 

[Finale Ligure]

Strano come mi si costruisca questo mio mondo, con dei pezzi duplicati in diverse lingue. Strana questa caccia di parole, strana e forzata questa volta. Ma se prima mi sono ubriacata – frammentata –, così mi compongo.

 

[Savona]

Maura, sognatrice.

Alla fine sono anche belli, questi sogni. Non tanto come quelli prima, è vero, ma sono meno quadrati, come dire,  meno accademici. Forse non è la parola più adeguata, ma spero che si spieghi. Non abbiamo proprio un linguaggio tecnico di questo mestiere. Direi comunque che ho imparato bene la tecnica, mi manca solo trovare la voce. Quella mia propria. Per non seguire sempre il maestro.

 

[Genova Piazza Principe]

Scusate, mi devo svegliare un attimo.

coincidenze

Una volta preso il treno, bisognerebbe anche pensare alla coincidenza. Anzi, le coincidenze: questa città ne è piena.
Credo di averla persa comunque – sono rimasta qui, sospesa nell’aria,
grigia, vuota e traslucente.

La città si è chiusa intorno a me: ormai sono a casa. Ma qui il mare continua nell’aria – a volte non se ne distingue neanche – e per l’umidità mi pesano le ali.

Ero al porto quel giorno, tra tutti quei ritmi e colori. Mi sentivo invisibile – quindi ho deciso di sparire dal tutto.
Poi non mi sono ritrovata neanch’io; quella notte non riuscivo nemmeno a sognare. Non mi guardare così, ogni tanto capita. Sono tessuti ben complicati, le stoffe di sogno; fossero semplici si romperebbero sulla prima realtà un po’ angolare.
Ma quel giorno non riuscivo a sognare nè il più leggero e modesto dei sogni.

Specchiata, di nuovo, a mille frammenti
– grigia, vuota, traslucente –, stavo
guardando, gli occhi fissi, invidenti,
mentre che nel cielo giravano le stelle.

de profundis

il mostro di nervi

Una roccia.

Mostro rimasto dai tempi mitici, che spiaggiò una volta e non riuscì a tornare con la bassa marea; e vista dal sole – o dalla rabbia impotente, chissà – rimase petrificata, con l’ultimo grido disperato spaccato nella bocca.

Una sola mossa. Uno sguardo che mi segue. Un pensiero troncato.
Sarebbe stata una storia bellissima, tipica e banale – ma non è mai stata raccontata, né tanto meno vissuta.

Viveva negli abissi, dove gelide sono le acque ed eterna l’oscurità; cercava le navi affondate e ne divorava la storia. E quando aveva voglia d’alcuna delizia s’avvicinava alla superficie, cercando delle barche, e banchettava dei sogni dei marinai. Gli rubava il ricordo dell’amata, l’immagine del porto perseguito o la lealtà verso il capitano – e così nascevano altre storie, intense, sanguinolenti, deliziose, e lei le seguiva, finché le navi affondavano senza che mai nessuno sapesse del loro destino.

Eravamo ancora all’alto mare, dove le onde son maestose ed i venti imprevedibili. Volevo vivere le storie io, volevo vivere quell’unica storia.
Ma in un momento qualcosa si mosse nelle acque gelide, scure e profonde – e dall’oscurità si separò un’ombra ancora più nera. Come tutte le ombre, era un contrappunto perfetto di chi la proiettava. Quell’ombra era la mia.
Ti avrei an-negato anche il nome – e me ne sarei pentita –, ma di quello non n’ero capace. Ma per quel momento non ti perdono mai.

Chissà se la tempesta o una carezza delle stelle ancora le permette di tornare all’alto mare. Sempre in ricerca di storie, quelle notti banchetta di nuovo dei ricordi e dei segreti che solo al mare confidammo.

Magari ci potremmo anche trovare, per un solo momento. Non so se mi vedi ancora però: il mare è enorme e tu troppo lontano.

Ma l’alba sempre la troverà lì, roccia sulle rocce, rigettata, petrificata, con l’ultimo grido spaccato nella bocca.

Cantami una sola canzone ancora.

giornale di bordo

Tra i miei viaggi da sognatrice mi è capitato uno a vela. All’imbarco ho spento ogni corrente di tempo che non fosse definito dal Sole – e finalmente ho avuto l’opportunità (ed il piacere) di sognare per me stessa. Sono venuti un po’spettinati, di colori troppo iridescenti, fatti da quelle distanze – e vicinanze – frammentate che mi portava dietro il vento, mai definite da tempi o spazi ma con l’importanza di quello che era successo.

Sono ancora malata di terra.

•  •  •

Le parole erano quelle di sempre. Il movimento no. E ad un certo punto non si sapeva più di chi fosse quel ritmo.

Se non hai mai osservato quel momento cinque minuti prima della tempesta
– quando arriva il vento ma ancora sembra indeciso se attaccare; quando già non si vede il sole, ma da sotto quelle nuvole scure e pesanti esce una luce penetrante che svela tutta la bellezza agitata delle città più grigie e noiose –
Se non l’hai mai osservato, non capirai questa febbre strana
questa stanchezza che mi manda a fare altri ed ancora altri giri nei vicoli
quest’aspettativa impaurita che apre migliaia d’opportunità – ed impedisce che nulla succeda
questo sogno per cui non mi posso addormentare.
Questa febbre strana che è come se avessi quella luce – di prima della tempesta – inchiusa in me
come se essa radiasse attraverso la mia pelle ormai bruciata fin essere trasparente.

Scambiare i nostri ritmi così non sarebbe una cosa tanto lieve.

casus impossibilis

Mi vide e disse:
C’è chi sorride sotto la pioggia!
C’era acqua ovunque:
la pioggia da sopra
la marea tutt’intorno
E m’abbracciò il buio del mare.
È arrivato l’inverno:
arrivar più lontano
non mi sembra possibile.
Ma c’è chi sorride
sotto la neve.